Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!
Traduco: la bicicletta in questione si chiama Giovanni e pedalare significa non lamentarti!
La bicicletta l’ho voluta eccome…Giovanni è la scelta che rifarei sempre e comunque.
Ciò che non vorrei invece, è il disagio: quel senso di inadeguatezza, di precarietà, di insicurezza che ha caratterizzato i miei primi mesi da mamma. L’ho tollerato. L’ho accettato. L’ho superato.

Non mi dà pace però il ricordo dell’atteggiamento disinteressato e superficiale delle figure sanitarie a cui mi sono rivolta nel momento di difficoltà.
Ammettere di aver bisogno di aiuto non è stato banale, né semplice.

Di certo la mia formazione e la mia esperienza professionale mi hanno aiutato nel riconoscere e nel condividere il problema.

A qualche settimana dal parto, ho richiesto una visita al ginecologo che mi ha seguita durante la gravidanza e gli ho raccontato come mi sentivo. Per tutta risposta mi ha detto: “Signora…e cosa credeva? Ha voluto la bicicletta? Adesso deve pedalare. Avrebbe dovuto pensarci prima, non le pare?”
Già. Cosa credevo?
Beh, innanzitutto credevo (forse speravo) che il mio ginecologo dimostrasse più comprensione!
Mi sarebbe bastato un: “Signora, so che è difficile. Coraggio però! Mi vuole raccontare com’è stare col suo bambino? Cosa la preoccupa?”. Ecco, questo avrei voluto caro dottore.

Ma avrei voluto anche altro.
Avrei voluto che in ospedale al momento del parto, l’ostetrica non mi obbligasse a stare in una posizione scomoda e dolorosa, che mi facesse partecipare alla nascita di mio figlio e non mi dettasse regole da seguire. Che mi dicesse che mi stava praticando un’episiotomia (inutile e le cui conseguenze subisco ancora adesso) e che chiedesse il mio assenso.
Che, sempre in ospedale, qualcuno mi aiutasse nell’allattamento, che mi facesse vedere l’attacco corretto al seno evitandomi ragadi dolorosissime.
Che a 18 ore dalla nascita non dessero a mio figlio il ciuccio senza chiedermelo, né tanto meno il latte artificiale.
Che non fossi abbandonata a me stessa una volta rientrata a casa.

Un figlio, nonostante sia desiderato e amato mette a dura prova la sua mamma. Tutte lo sanno? no. Tutte ci pensano? no. Tutte ne parlano? no. Tutte chiedono aiuto? no. Tutte quelle che chiedono aiuto vengono supportate? no.

Il disagio post parto ci viene venduto come naturale. A volte come necessario. A volte come effetto collaterale del desiderio di maternità. A volte come punizione divina.
Non è vero nulla…o quasi.
Infatti, se è vero che il baby blues è una condizione fisiologica causata dalla diminuzione della produzione di estrogeni e progesterone in seguito al secondamento, e che può determinare sbalzi d’umore, disturbi del sonno, insofferenza e facilità al pianto apparentemente immotivato…È anche vero anche che può sfociare in una vera e propria depressione post partum e che quindi i sintomi vanno monitorati e non sottovalutati.

Poiché la mia esperienza personale è comune a molte donne/mamme, non solo ho deciso di renderla nota, ma anche di agire concretamente per cambiare le cose e offrire un aiuto concreto.
Ho costituito l’associazione sinergicaMente e attivato il progetto Gemma (leggi qui l’intervista che mi hanno fatto sul progettoche prevede una serie di servizi a sostegno della maternità, alcuni gratuiti e tutti gli altri a costi calmierati.

A dicembre 2017 è partito il servizio “a casa con mamma” che prevede assistenza domiciliare (psicologica, ostetrica, educativa) dopo il parto a costi accessibili.
Ve ne parlerò sicuramente su questo blog. Teniamoci in contatto!